I sistemi bibliotecari di ateneo: quale modello?

Questo e’ il primo di alcuni post dedicati all’unconference sulle biblioteche accademiche che è stata organizzata da CNUR e AIB Toscana nella splendida Aula Battilani dell’università di Firenze. Primo degli eventi dedicati al Bibliopride 2013. Non vorrei fare un resoconto della giornata anche se certamente la tavola rotonda pomeridiana ha offerto numerosi spunti di riflessione e le dedicherò un post a parte, ma lancerei alcuni temi che sono emersi dalla discussione mattutina e dalle riflessioni sulle sfide ed opportunità emergenti per le biblioteche accademiche.

Il primo tema veramente discusso è stato posto da un intervento di Pierfranco Minsenti; è quello degli SBA ovvero se il modello SBA centralizzato sia o meno superato dall’innovazione tecnologica e dal cambiamento di ruolo delle biblioteche e del bibliotecario. La visione di coloro che sono intervenuti è decisamente favorevole al mantenimento del modello centralizzato anche se tutti riconoscono che il bibliotecario deve lavorare lavorare a stretto contatto con i docenti e ricercatori e va rafforzato il rapporto diretto con gli utenti.

Ciò detto ascoltando anche gli interventi dei colleghi oggi presenti credo si possa giungere ad una conclusione salomonica e cioé che il modello centralizzato non esclude il ruolo del liaison librarian, ma tende ad inglobarlo. E’ essenziale infatti distinguere il piano politico-organizzativo da quello gestionale. Confondere i due piani è poco proficuo e rischia di portare a discussioni inutili su una contrapposizione che, come ha rilevato anche Sandra di Majo, di fatto non esiste.

Del resto va riconosciuto che, come tutti ben sanno, in Italia il modello SBA centralizzato si è realizzato interamente solo in alcuni atenei e ciò non è stato positivo per la valorizzazione delle biblioteche stesse e dei bibliotecari; che di fatto l’identità delle biblioteche di dipartimento si sta rafforzando in virtù degli accorpamenti dei dipartimenti voluti dalla legge Gelimini e la necessità una divisione/ coordinamento centrale forte resta essenzialmente, ma non esclusivamente, per due motivi: per mantenere una coerenza strategica nelle scelte e per dare consistenza e visibilità politica ai sistemi bibliotecari di ateneo.

La biblioteca digitale consolida il ruolo del coordinamento centrale .

Diventa, tuttavia, imperativo conoscere le esigenze degli utenti e rispondere in modo immediato e efficace alle loro richieste: studi, indagini, ricerche focus group diventano una parte strategica del lavoro del bibliotecario.

La formazione degli utenti è un altro tema strategico : insegnare agli studenti attraverso corsi con CFU e fare opera di advocacy presso i docenti su temi quali l’Open Access o l’editoria digitale, collaborare nella fase preparatoria delle ricerche e nei processi di valutazione della ricerca, scrivere progetti e lanciare proposte sul fund raising, cercare sinergie e contatti, migliorare la comunicazione e la condivisione delle conoscenze. Sfide notevoli anche perché nessuno può trascurare il fatto che le risorse umane e finanziare sono in decrescita. Ma dalla crisi nascono anche le opportunità.

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Una risposta a “I sistemi bibliotecari di ateneo: quale modello?

  1. Non sono riuscita a partecipare all’unconference sulle biblioteche accademiche perché proprio come SBA ero impegnata in alcune iniziative per la Notte dei ricercatori , ma plaudo a questa iniziativa e spero vivamente che la discussione sul ruolo e la funzione degli SBA possa continuare.
    Sono convinta dell’utilità di un modello di SBA centralizzato e mi piacerebbe che tale modello avesse alcune caratteristiche che ritengo indispensabili perché possa funzionare al meglio:
    – un modello che non sia un’imposizione dall’alto di soluzioni organizzative astratte, per scongiurare il pericolo maggiore, vale a dire la contrapposizione e la distanza fra funzioni centrali e funzioni a contatto con l’utente;
    – un modello il più possibile costruito dal basso e condiviso dalla comunità accademica, intesa come insieme dei bibliotecari e degli utenti e delle altre strutture dell’ateneo in qualche modo coinvolte;
    – un modello che abbia funzioni di coordinamento e che si fondi sulla trasversalità delle funzioni di coloro che vi operano: scambio continuo di esperienze fra bibliotecari, e fra bibliotecari ed utenti, costituzione di gruppi di lavoro e altre forme di organizzazione delle attività che superino le rigidità gerarchiche e le distinzioni fra le strutture a favore della valorizzazione delle competenze e della migliore soluzione dei problemi comuni;
    – un modello che si presenti innanzitutto come fornitore di servizi qualificati e in continua evoluzione attraverso una progettualità che abbia alla base proprio la conoscenza delle esigenze degli utenti e dei loro bisogni;
    – un modello vissuto come partecipazione ad un progetto comune di miglioramento e di sviluppo dei servizi per gli utenti ed insieme di stimolo e di miglioramento del lavoro di ciascun bibliotecario.
    So bene quanto tutto ciò sia lontano dalle strategie di molte (tutte?) amministrazioni dei nostri atenei. Ma so, spiace dirlo, quanto un tale modello possa essere in certi casi sgradito a colleghi un po’ troppo legati ad una visione dei problemi strettamente rinchiusa fra le pareti della propria biblioteca dipartimentale.

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